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martedì 10 giugno 2014

Accendere dei trucioli: il mio modo

All'inizio della mia passione per il bushcraft, ho provato ad innescare tante volte i trucioli fatti con il coltello, ma non era mai facile nè veloce: la barretta si muove, i trucioli si spostano quà e là. Nel tempo, ho sviluppato una tecnica che mi consente di fare i trucioli ed accenderli efficacemente con una barretta di ferrocerio in pochissimo tempo, meno di un minuto di solito. Sicuramente ce ne sono di altrettanto valide, ma questa è quella che uso io.

Le fasi sono quattro:
1. preparo un "batuffolo" di circa 20 trucioli, sottili e lunghi circa 6-7 cm (ricordate che dei buoni trucioli devono avere 3-4 volute)



2. alla base di questa prima matassa di trucioli, ne faccio un'altra, con trucioli ancora più sottili e leggeri

3. adesso, appoggio la barretta di ferrocerio per lungo sul bastone, trattenendola ben ferma con la mano sx, in modo che l'estremità sia a contatto con la seconda matassa di trucioli


4. infine, attivo la barra di ferrocerio direttamente sui trucioli (uso la lima del Victorinox)...e voilà




Qui la sequenza video:


Ciao,
Alfredo

domenica 8 giugno 2014

Mitchell SECARE Damasteel Centenary Pattern

Salve a tutti,

oggi voglio presentarvi un SECARE, realizzato dal maker inglese S. Mitchell, che presenta una particolarità: l'acciaio utilizzato per questo coltello, denominato Centenary Pattern, è infatti stato creato da Damasteel AB, società specializzata nella produzione di leghe damasco, allo scopo di commemorare il 100° anniversario della scoperta dell'acciaio inossidabile, avvenuta a Sheffield nel 1913 ad opera di Harry Brearley






Mitchell ha realizzato solo due Secare in Damasteel Centenary Patter, questo è appunto uno dei due coltelli.
Il Damasteel Centenary Pattern riproduce (lo ammetto, ci vuole un pò di fantasia per vederli), due soggetti: l'Union Jack, la bandiera inglese, e la rosa, simbolo della contea dello Yorkshire, dove si trova la città di Sheffield




Dal punto di vista meccanico, il Damasteel Centenary Pattern ha, secondo quanto mi dice S. Mitchell, le stesse caratteristiche dell'RWL34, ed è temprato alla stessa durezza (60HRC). Sul sito AB Damasteel ho trovato notizie di un pattern che gli si avvicina molto, il Grosse Rosen, un acciaio martensitico. Qui trovate altre informazioni in merito agli acciai Damasteel http://damasteel.se/products/

L'impugnatura del SECARE è stata, come sempre, ottimamente realizzata da Mitchell: é comoda, ben dimensionata, si avvale di pins cavi di grande diametro per poter attaccare il coltello ad un ramo e farne una lancia di emergenza (il Secare è pur sempre un coltello da sopravvivenza), presenta all'interno due spaziatori arancio per poter sempre individuare il coltello con facilità





Ben realizzato anche il fodero in kydex: leggero, robusto, trattiene il coltello senza provocare rumori fastidiosi durante il porto, e si avvale del sistema di attacco che preferisco, una fettuccia morbida che si piega quando necessario, permettendo così di sedersi con il coltello al fianco senza problemi








  La lama di questo particolare Secare è una spear-point lunga 110 mm dello spessore di 4,0 mm, e questo esemplare non ha i bolsters presenti sugli altri Secare che ho visto, posseduto e usato. Ciò rende il coltello più leggero e maneggevole, a mio parere un miglioramento rispetto al Secare "standard", ma ovviamente qui si parla di gusti personali






Non so dirvi se il Damasteel Centenary Pattern sia in grado di far scaturire un buon numero di scintille dalla barretta di ferrocerio, infatti ho realizzato con il Secare i trucioli necessari per l'accensione secondo il mio metodo, ma la barretta di ferrocerio l'ho attivata con la lima del mio Victorinox: non me la sono sentita di rovinare la lama di questo bellissimo coltello :-)

Un saluto,
Alfredo







martedì 3 giugno 2014

Chi ha orecchie per intendere...

Diffamazione online: quando scrivere sui forum o newsgroup è reato


Internet e molti servizi on line consentono di esprimere il proprio pensiero in molteplici modi: si pensi a social network come Facebook e MySpace oppure a siti di giornalismo partecipativo, e così via. Però, a volte esprimere la propria opinione può comportare conseguenze spiacevoli se si superano alcuni limiti: quali sono? Quando, on line, si arriva a commettere il reato di diffamazione? Quando possiamo parlare di una vera e propria diffamazione a mezzo Internet?


1. Premessa

Oggigiorno è normale passare parte della propria vita digitale su forum, gruppi di discussione e social network (come Facebook), che ormai rappresentano a tutti gli effetti strumenti di espressione della propria personalità. In questi ambienti virtuali spesso si parla, come al bar, dei più svariati argomenti, talvolta anche in modo approssimativo facendo poca attenzione a ciò che si scrive e dimenticandosi che il forum, a differenza della chat, è uno strumento asincrono (in quanto i messaggi vengono scritti e letti in momenti diversi) che lascia la comunicazione per sempre, o quasi, in rete. Raccontare l’opinione che si ha di un individuo o ancor di più l’ esperienze negative su un prodotto o un servizio, è un atteggiamento che non piace, soprattutto alle aziende, che fanno del parere degli utenti il cavallo di battaglia del proprio web-marketing.
D’altra parte è anche vero che trattandosi di discussioni che avvengono online, molti utenti coperti dal loro nick-name e forti del fatto di trovarsi dietro a un computer, si lasciano andare a commenti molto coloriti o accuse del tutto gratuite pensando che la rete sia una zona franca dove sia ancora possibile dire (o meglio scrivere) quello che si vuole. Infatti, capita sempre più spesso che gli autori in buona fede di commenti critici e informali, scritti magari di notte sul forum, siano trascinati in un procedimento penale. Molti potrebbero obiettare che in Italia e soprattutto su Internet, ognuno è libero di esprimere la propria opinione e che scrivere sui boards rientra nel più ampio esercizio della libertà di pensiero. In realtà non è del tutto vero, facciamo chiarezza!

2. La diffamazione online

La diffamazione è un reato strettamente connesso alla persona e al diritto all’onore di cui ogni individuo è titolare ed è previsto dall’articolo 595 c.p.. Esso dispone che chiunque, fuori dai casi di ingiuria, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, é punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032,00 €. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena é della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065,00 €. Quindi mentre il reato di ingiuria previsto dall’articolo 594 c.p. punisce chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente, il reato di diffamazione punisce chi offende l’altrui reputazione in modo “indiretto” parlando con più persone e riferendosi, appunto, a una persona che non è presente.
Trascuriamo i casi in cui ci si può trovare di fronte a un concorso di reato e soffermiamoci solo sulla diffamazione che può realizzarsi in due modi, a “mezzo di stampa telematica” o a ” mezzo di Internet”. Del primo caso si è già parlato molto, sia a seguito delle sentenze riguardanti la responsabilità di riviste telematiche, sia tra molte polemiche per il caso del blog sottoposto a un regime equivalente (Trib. Aosta 26/05/2006). Oggetto di questo approfondimento, invece, è l’ipotesi che può capitare all’utente comune quando scrive su un forum o su un newsgroup per sua passione o interesse personale.

3. Gli elementi della diffamazione a mezzo Internet

Il terzo comma dell’articolo 595 c.p contempla la diffamazione online come circostanza aggravante della diffamazione perché realizzata tramite internet che viene considerato un mezzo di pubblicità, perché idoneo e sufficiente a trasmettere un messaggio diffamatorio a una pluralità di soggetti. Perché il reato si realizzi è richiesta la presenza necessaria e contemporanea dei seguenti elementi: l’offesa alla reputazione di un soggetto determinato o determinabile, la comunicazione di tale messaggio a più persone e la volontà di usare espressioni offensive con la consapevolezza di offendere (c.d. dolo generico).

3.1 L’offesa alla reputazione di un soggetto determinato o determinabile

La reputazione è l’interesse tutelato da parte del legislatore e viene intesa come quella stima di cui l’individuo gode in seno alla società per le caratteristiche che gli sono proprie. Per ledere la reputazione quindi sono necessarie espressioni non vere, offensive, denigratorie o espressioni dubitative, insinuanti, allusive, sottintese, ambigue, suggestionanti, se per il modo con cui sono dette fanno sorgere nel lettore un plausibile convincimento sull’effettiva rispondenza a verità dei fatti falsi narrati. La vittima oggetto della diffamazione deve essere invece una persona determinata o determinabile. L’individuazione dell’effettivo destinatario dell’offesa è condizione essenziale ed imprescindibile per attribuire all’offesa una rilevanza giuridico-penale.

3.2 La comunicazione di tale messaggio a più persone

La diffamazione è un reato istantaneo che si consuma con la “comunicazione a più persone”. Trattandosi ad esempio di un forum, tale elemento si realizza con il postare il proprio messaggio e si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione ingiuriosa e dunque, nel caso in cui frasi o immagini lesive siano state immesse sul web, nel momento in cui il collegamento viene attivato (Cass. pen. Sez. V, 21/06/2006, n. 25875). Da sottolineare come si configuri anche nel caso in cui il board non fosse pubblico ma richiedesse una registrazione per leggere i messaggi. 

3.3 La volontà di usare espressioni offensive con la consapevolezza di offendere

Ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico nei delitti di diffamazione, non è necessaria l’intenzione di offendere la reputazione della persona, ma basta la volontà di utilizzare espressioni offensive con la consapevolezza di offendere. Come è facile notare questo tipo di atteggiamento, direttamente rilevabile in base alle frasi e al significato delle parole oggetto di diffamazione, è uno degli elementi che permette di tracciare il limite tra diritto di critica, tutelato ampiamente dalla libertà di pensiero, e la disciplina delittuosa. 

4. Libertà di pensiero e responsabilità penale

L’articolo 21 della Costituzione dispone che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” ma tale diritto incontra dei limiti specifici qualora l’opinione espressa giunga a ledere l’altrui onore e reputazione. Quindi il diritto di critica e la libertà di opinione non possono essere equivocate con la libertà d’insulto, di offesa, di diffamazione dell’altra persona. Un principio costante della giurisprudenza è che la critica, per quanto forte e spregiudicata possa essere, non debba mai diventare insulto, dileggio, disprezzo della persona. Qualora ciò avvenga non si è più in presenza di una critica ma di una diffamazione! Per ciò che riguarda l’imputabilità non dimentichiamoci che la responsabilità penale è personale, pertanto l’hosting provider che consente agli utenti di accedere ad un newsgroup non può essere ritenuto responsabile per i messaggi che passano attraverso i propri elaboratori. Ciò in quanto il provider si limita a mettere a disposizione degli utenti lo “spazio virtuale” dell’area di discussione e non ha alcun potere di controllo e di vigilanza sugli interventi che vi vengono man mano inseriti (Trib. Lucca, 20/08/2007). Allo stesso modo il gestore del forum sarà, caso mai, responsabile solo della negligenza di controllo oppure per la mancata rimozione del commento denigratorio, dopo che gli sia stato fatto notare ed esso sia realmente offensivo.
Diversamente la giurisprudenza ha avuto modo di individuare anche il confine tra critica e diffamazione che emerge dal rispetto di principi quali la continenza espositiva, la verità e la pertinenza dell’informazione. Pertanto, l’autore di messaggi su forum o newsgroup che con i suoi commenti critichi prodotti o servizi, utilizzando un linguaggio educato, non denigratorio o insinuante senza la volontà e la consapevolezza di offendere, non potrà temere nessun tipo di azione legale rientrando la sua condotta nelle libertà di espressione e di critica garantite dal dettato costituzionale.

martedì 27 maggio 2014

Extrema Ratio RAO II: la “Cosa”

Salve a tutti,


qualche tempo fa ho ricevuto l’Extrema Ratio RAO II, che ho testato per alcuni giorni. Prime impressioni: come il suo predecessore (il RAO), anche il RAO II non conquista per bellezza o armonia delle forme. Siamo di fronte ad un utensile, non ad un’opera d’arte: non mi “innamorerò” mai di un coltello così. Tuttavia apprezzo alcune cose: il coraggio del design, originale e a suo tempo innovativo, le precise lavorazioni CNC, la qualità dei trattamenti, la cura dei dettagli. Il RAO II non è bello né aggraziato, tuttavia esprime potenza e qualità…

…sapete chi mi ricorda? Mi ricorda Ben Grimm detto “la Cosa” dei Fantastici 4, uno dei miei personaggi Marvel preferiti.

Come detto, il RAO II è l’evoluzione del “vecchio” RAO che conosciamo da qualche anno. Le differenze sono essenzialmente due: la punta, che sul RAO II ha una forma drop-point al posto della punta squadrata del vecchio RAO, e l’impugnatura, che sul RAO II è stata migliorata smussando ulteriormente gli spigoli e gli angoli



Le specifiche del RAO II:
Acciaio: inox N690Co (58HRC)
Trattamento Lama: Testudo MIL-C-13924
Manicatura: anticorodal
Lunghezza lama: 115mm
Spessore della lama: 6.3mm
Lunghezza chiuso: 142mm
Lunghezza totale: 262mm
Peso: 330g (senza fodero)
Chiusura: front lock modificato - perno di sicurezza filettato
Fodero: in Nylon con attacchi M.O.L.L.E. adatto sia per il coltello chiuso che aperto
Accessori: affilatore al diamante

La dotazione e il fodero sono rimasti gli stessi del RAO. Insieme al fodero, troviamo un affilatore da campo. Entrambi sono ben realizzati come da tradizione ER:  il fodero è robusto, ben cucito, fatto con materiali di qualità, è ovviamente molto comoda la doppia possibilità di porto (con coltello aperto o chiuso), e si apprezza la possibilità di utilizzare il sistema M.O.L.L.E.; l’affilatore da campo è un’utile accessorio, che diventa indispensabile per le trasferte in cui si usa molto il coltello e si rende necessario ripristinare il filo





Il RAO II è un coltello pieghevole grande e molto robusto. Con il RAO II è possibile (anzi, viene voglia di) effettuare lavori pesanti, che in genere con un coltello pieghevole non si farebbero. Ad esempio ho tagliato questo alberello morto, secco e duro come il ferro, facendo chopping, in circa due minuti: Il RAO II non ha fatto una piega, anche se il numero di colpi richiesto è stato alto sia perché non imprimevo una grande forza preferendo far lavorare la massa del coltello, sia perché il legno era molto tenace. A chi volesse fare lo stesso consiglio di indossare un paio di guanti, è vero che l’impugnatura è più confortevole rispetto a quella del vecchio RAO, tuttavia si tratta sempre di guancette in alluminio piuttosto squadrate, non il meglio per le dita ed in particolare per il mignolo

Sempre facendo chopping ho poi tagliato dallo stesso alberello morto questo robusto segmento lungo circa 1 metro, pulendolo e facendo una tozza punta ad un’estremità. Ho realizzato così un “digging stick”, un attrezzo per scavare nel terreno e trovare radici, tuberi, larve, acqua, cosa che ho fatto senza problemi


Il terzo impegno per il RAO II è stato tagliare un segmento dell’albero tramite la tecnica del batoning: in questo caso come sapete si usa un batocchio per colpire con forza il dorso lama, tranciando le fibre del legno con la parte affilata. Anche qui, nonostante le botte che ho impresso e la tenacia del legno da tagliare, nessun problema. Il RAO II ha svolto fedelmente il lavoro, pur non essendo un laser (ha una lama spessa ben 6,3mm)

Ovviamente ero curioso di provare la nuova punta del RAO II. Ho preso un pezzo di legno duro e stagionato e l’ho bucato, facendo movimenti semicircolari con la punta del coltello in verticale. Non mi sono preoccupato di andarci leggero, ci ho messo tutta la forza: la punta del RAO è tozza e robusta, quindi ero piuttosto sicuro che il rischio di una rottura fosse basso. Infatti, anche qui tutto ok, e devo dire che non ci è voluto molto per realizzare alcuni fori netti e profondi nel legno


Altro compito: fare trucioli per innescare un fuoco, e provare come funziona una barretta di ferrocerio con il RAO II. Come per tutti i coltelli di grosse dimensioni e soprattutto con lama spessa, il modo migliore per fare trucioli da un pezzo di legno è tenere fermo il coltello e muovere il legno, tirandolo verso di sé. Io ho simulato la situazione peggiore, in cui non avevo nessun supporto, quindi ho semplicemente piantato la punta del coltello in terra; ovviamente su un tronco caduto o un ceppo sarebbe stato più semplice. In questo modo comunque si fanno trucioli piuttosto sottili, adatti ad essere accesi senza gran fatica: io ho usato come innesco un fazzoletto di carta che avevo in tasca, accendendolo con un’unica passata della barretta di ferrocerio. Va segnalato che la barretta sprigiona nessuna o pochissime scintille se passata sul dorso del coltello, compresa la godronatura dello stesso, mentre sprigiona moltissime scintille se passata, come ho fatto io, sul taglio…non la cosa migliore da fare per la salute del filo, ma a mali estremi… Mi permetto comunque di consigliare ad ER di realizzare sul dorso del coltello un’area apposita per l’uso del firesteel, non dovrebbe essere difficile modificando la parte distale della godronatura




Come se la cava il RAO II nell’intaglio del legno? Come dicevo non è una spada laser dato lo spessore della lama e le geometrie, e d’altronde non aspira ad esserlo, puntando soprattutto sulla robustezza e sulla tenacia. Comunque:  non è difficile eseguire lavori di intaglio con il RAO II, magari non saranno capolavori di raffinatezza, ma gli strumenti che si ottengono funzionano, e tanto basta. Io come spesso faccio ho realizzato qualche picchetto, dato che in questo modo posso apprezzare le capacità del coltello in vari settori, facendo la punta, arrotondando, tagliando in verticale, asportando il legno: nessun problema anche in questo caso, il RAO II esegue tutto


Ho detto che il RAO II punta molto sulla robustezza e la tenacia. Dopo i compiti eseguiti ci si aspetterebbe forse, da un coltello pieghevole, un minimo di gioco della lama, o qualche segno di cedimento del filo. Devo dire sinceramente che il RAO II non ha presentato nessuno di questi problemi: nessun gioco, nessun cedimento del filo




 In questo video, trovate tutte le prove descritte sopra:

 A questo punto, le conclusioni per me sono piuttosto chiare. Il RAO II è, a mio parere, una riuscita evoluzione del RAO che ben conosciamo
I punti di forza di questo coltello sono la robustezza veramente notevole per un pieghevole, l’ottima qualità delle lavorazioni, e le prestazioni generali. Impressiona positivamente anche il fodero, bello e ben realizzato. Il RAO II mi da l’impressione di un compagno forte e fedele, un “bruttone” burbero ed affidabile, spigoloso se volete ma buon compagno di avventura. L’ho detto, che mi ricorda la “Cosa” del quartetto Marvel…Come Ben Grimm anche il RAO II ha qualche difetto: l’impugnatura, pur migliorata, non è il massimo del comfort a mani nude, e poi vorrei poter utilizzare la barretta di ferrocerio sul dorso lama e non sul filo. Inoltre, l’ho detto più volte, non aspettatevi un rasoio, perché il RAO II non lo è. Ciò detto, il RAO II mantiene le promesse: è un buon coltello “da campo”, con il quale è possibile effettuare tante attività utili/indispensabili in escursione. Chi cerca una valida alternativa “Made in Italy” ad un coltello a lama fissa, troverà nel RAO II un valido alleato.

Saluti,
Alfredo Doricchi  

venerdì 9 maggio 2014

MANGUSTA test: lancia, buchi nel legno, scalino, coltello da lancio

Ciao a tutti, 

ieri ho continuato i test sul prototipo del Mangusta. 

L'ho montato su un bastone e l'ho piantato in un tronco molte volte con la massima forza, come se mi dovessi difendere da un grosso animale, poi ho scagliato la lancia varie volte contro il tronco stesso. Nessun danno. 


Ho smontato il coltello dal bastone e l'ho usato come un punteruolo, per levare la spessa corteccia dell'albero e praticare un grosso foro nel tronco. Ho fatto leve e torsioni con la massima forza possibile. Nessun danno. 

Ho piantato il coltello trasversalmente in un tronco per circa 4 cm, ad un'altezza di circa 40 cm da terra, e ci sono salito sopra come se fosse uno scalino (il mio peso è 108 kg). Nessun danno. 

Infine ho usato il Mangusta come coltello da lancio, tirandolo contro un tronco da circa 2 metri (solo poche volte sono riuscito ad infiggerlo, le altre volte il coltello non è arrivato di punta ed è rimbalzato sul tronco) Nessun danno. 

Qui il video, spero che vi interessi. 

Ciao, 
Alfredo 

Nota: gli alberi usati sono destinati all'abbattimento.